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RACCONTI AMBIENTATI

Una passeggiata riconciliate
a Villa Borghese

Platano secolare

Fotografie e testo di Cristina Archinto

Uscì e la porta sbatté dietro di lei, più per colpa della corrente d’aria salita dalle scale, che per una sua precisa volontà ma di certo quell’azione rispecchiava il suo stato d’animo. Di colpo si trovò fuori casa senza un preciso programma o uno scopo; era furiosa. Si guardò intorno, turbata e indecisa su cosa fare, non era certo dell’umore giusto per un museo e non aveva la capacità di concentrarsi per imparare qualcosa.

Attraversò la strada quasi senza rendersene conto, evitando di farsi travolgere da motorini, monopattini e biciclette, che in quella città erano insopportabili. Era già entrata da quel cancello pochi giorni prima per fermarsi quasi subito al Museo di Villa Borghese ed illuminarsi davanti ad opere come il Ratto di Proserpina del Bernini o ai tagli di luci di Caravaggio. Questa volta però tirò dritto e si addentrò nel parco.

Costeggiò un muro di cinta dove si potevano scorgere, tra un passo e l’altro, basse siepi di bosso e fiori autunnali. Giunta al termine fu attratta sulla sinistra da forti toni autunnali di alberi maestosi. Avvicinandosi si rese subito conto che era arrivata nella Valle del Platani, una meravigliosa valle di alberi secolari.

Un tempo rurale, fu addomesticata a giardino, nel 1603, dal cardinale Scipione Borghese, nipote prediletto di Papa Paolo V. Allora era un bosco di più di quaranta platani orientali con tanto di bacino centrale con due isolotti destinati alla sosta di anatre e uccelli pregiati, tra cui, i cigni che il Cardinale aveva fatto appositamente arrivare da Bruxelles. Ora erano rimasti solo nove bellissimi esemplari, sopravvissuti per più di quattrocento anni, che sembravano guardarti con aria severa e saggia attraverso i loro rami e i tronchi contorti.

Proseguì lungo la valle con lo sguardo all’insù, estasiata da tanta meraviglia, senza però distogliere troppo lo sguardo dai cani che in questa parte del giardino correvano a perdifiato. Si avvicinò a un esemplare particolarmente ricurvo che avevava una grande fessura nel tronco, e guardando i suoi rami nodosi, le tornò in mente quel “Sensei” che pochi anni prima aveva fatto una lezione speciale di Aikido al suo dojo. Due ore immerse nel silenzio con il solo fruscio della hakama, le sue parole leggere, respirando saggezza.

Certo ora un po’ le dispiaceva che proprio quel giorno Jan non ci fosse, avrebbero ricordato insieme. La rabbia stava già scemando come sempre, ma questa volta era più determinata a tenere duro, si quel giorno non avrebbe ceduto tanto facilmente.

Proseguì lungo la valle, dove incrociò anche degli esemplari di noci neri e degli ippocastani con una certa portanza, per poi stupirsi nuovamente davanti a un esemplare maestoso di bagolaro con le sue foglioline fluttuanti che via via stavano lasciando i rami e la sua chioma ampia e quasi perfettamente tondeggiante. Anche lui le ricordava qualcuno. Il professore di arte al suo liceo, tondo e sempre sorridente, che l’aveva presa sotto la sua ala protettrice e le aveva non solo insegnato a disegnare ma anche alcune filosofie di vita che ancora oggi ricordava e faceva uso nei momenti difficili. Bella persona, chissà che fine aveva fatto.

Si inerpicò sulla collinetta per giungere al laghetto di Villa Borghese. Un piccolo bacino d’acqua abbracciato da una grande varietà di alberi notevoli. Era il 1766 quando il principe Marcantonio IV Borghese, discendente di Scipione, decise di ampliare il parco di famiglia realizzando il Giardino del Lago con tanto di tempio dedicato al dio della medicina Esculapio. Come tutti i Borghesi, anche lui si dedicò, grazie all'ingente patrimonio di famiglia, e in questo caso, soprattutto a quello di sua moglie, la principessa Anna Maria Salviati, ai piaceri della vita dell'aristocrazia romana, patrocinò nuovi artisti ed opere riuscendo così ad arricchire la collezione di famiglia precedentemente sperperata dal padre. Fu lui che fece affiggere un manifesto nel parco che recitava “Chiunque tu sia, o straniero, purché uomo libero, passeggia dove vuoi, cogli ciò che desideri, ritirati quando ti aggrada. Tutto qui è disposto per il godimento degli stranieri prima ancora che per il proprietario”. In effetti il parco, anche se privato, era sempre stato teatro di festeggiamenti e di balli e spesso aperto ai cittadini di ogni ceto sociale. Lui iniziò i lavori di abbellimento del parco della villa e suo figlio Camillo, noto forse più per il matrimonio con Paolina Bonaparte, finì l’opera. Certo chissà come sarà stato a quei tempi il laghetto; dame spettegolanti a passeggio sotto chiari parasole, poeti che decantavano la loro prosa, amanti in preda a pene d’amore che sgorgano calde lacrime nel lago o artisti all’ombra di querce che ritraevano il bel panorama della ‘Villa delle Delizie’.

 

Lei intanto si godeva quel bel paesaggio autunnale fatto di alti pini, alcuni cipressi calvi già dai toni caldi e quel maestoso cedro del libano. Tutti che si facevano belli riflettendosi sul lago insieme al tempietto che aveva quel non so che. Su un lato c’era anche una Quecia ilex secolare che spiccava per l’altezza e la sua ampia chioma. Non le erano mai piaciuti i lecci, li trovava tristi e cupi, come Christoffer il suo compagno di banco, malinconico e tetro da sempre, che per anni l’aveva innervosita con il suo alone grigio, però questo era un esemplare spettacolare che forse la faceva ricredere.

Notò anche un’anziana signora che dava del pane alle anatre. Non si capacitava mai del fascino indiscusso che si prova a dar da mangiare agli animali, del resto non si capacitava neanche di come anche questa mattina Jan non fosse stato in grado di ricordare al suo capo che era in ferie. Ci avevano messo mesi ad organizzare questo periodo romano, lei avrebbe preso un periodo sabbatico, lui le ferie arretrate e sarebbero andati per l’autunno a Roma a scoprire la Città Eterna, sogno nel cassetto di entrambi, ma tant’è che alla fine, lui, anche oggi l’aveva lasciata sola, passi gli altri giorni, ma non oggi!