RACCONTI AMBIENTATI

Il giovane giardiniere
al Priorato d'Orsan

Testo e fotografie
di Cristina Archinto

Quel giorno riemerse dal profondo sonno senza quel fastidioso rumore della sveglia, ma sapeva già che di lì a poco comunque sarebbe suonata; vedeva il tenue bagliore provenire dall’abbaino. Cercò di rivivere i suoi sogni notturni ma si erano già dissolti, scappati chissà dove. Appoggiò i piedi sul pavimento di legno antico, anche se ristrutturato da poco gli era rimasto attaccato quel piacevole scricchiolio. Di giorno i suoi passi si sarebbero sentiti anche al piano di sotto, nel grande bookshop dove i turisti impazzivano per tutti quegli articoli, dal sapone alle essenze, dai vasetti ai libri, ma a quell'ora era ancora chiuso.

 

Controllò che ci fosse dell’acqua nel bollitore e lo accese, nell’attesa apri le tende e controllò il tempo; bello anche oggi, per fortuna. Nella stanza in un angolo c’era anche un piccolo lavandino, invece il bagno vero e proprio era infondo al corridoio, in comune, ma lui era solo in tutto il sottotetto, la sua era una soluzione per pochi mesi, erano stati gentili a concedergliela; gli altri con situazioni diverse erano sparsi nei d’intorni o nel villaggio, lui arrivava da Parigi. Chissà com’era il tempo a Parigi oggi, sicuramente incominciava a far freddo.

 

Poco dopo si accorse che, come spesso gli accadeva, si era un po’ perso nei suoi pensieri, si era fatto tardi, doveva sbrigarsi, la riunione nello stanzone affianco a quello degli attrezzi stava per cominciare. Corse di sotto coi suoi scarponcini e la sua tuta e poco dopo il suo arrivo Gilles, il capo giardiniere, affabile come sempre, impartì i compiti della giornata ad ognuno. Trent’anni prima a Gilles erano stati affidati i tredici ettari di giardini del monastero in stato di abbandono da riportare al suo antico medioevale splendore, un durissimo lavoro che lui però aveva amato dal primo giorno.

 

Oggi anche se erano in cinque c’era sempre moltissimo da fare, il giardino era grande e inoltre c’era la questione di “sostituire il più possibile la benzina dei macchinari con il sudore dei muscoli e della fronte” come ricordava il capo ogni mattina. Anche i pesticidi erano vietati, e si doveva andare nelle fattorie vicine a recuperare il letame, un lavoraccio che spesso toccava a lui, l’ultimo arrivato. Ma in fondo è giusto iniziare dal basso. Era arrivato lì più per caso che per scelta e ora però doveva decidere sul suo futuro, il giorno era arrivato. “Poi più tardi parliamo” gli disse Gilles alla fine della riunione, e lui non aveva idea di come procedere con la sua vita. Ma per fortuna aveva ancora tutto un giorno per tirare le somme. 

I giardini erano organizzati intorno al chiostro centrale, da dove partivano quattro vicoli, che simboleggiavano i quattro fiumi del paradiso. Da qui si aveva accesso ai numerosi giardini adiacenti quali il frutteto con gli antichi alberi di mele e pere, la corte con la vite e il giardino dei semplici con le piante medicinali e l’orto con le sue piante aromatiche con le sue verdure, ed era di lì che doveva passare per recarsi al labirinto di cui si doveva occupare quella mattina, recidere i fiori secchi e sistemare gli intrecci di legno.

 

Di strutture in legno il giardino ne era pieno, si perché per gli architetti Lesot e Patrice Taravella che avevano scommesso sul luogo nel 1991 ristrutturandolo, era un modo di sottolineare l’anima medioevale del giardino. Strutture per sedersi, pergolati per la vite o strutture per il supporto delle rose rampicanti, piccole corone per sostenere le piante da fiore, strutture per rialzare le verdure o i fiori realizzati con l’intreccio di rami di castagno, bellissime ma che avevano bisogno di un costante lavoro di manutenzione. Ma come diceva fin dagli albori San Girolamo per fuggire dai pericoli dell’ozio bisogna dedicarsi ai mestieri “fai cesti con le canne e intreccia i canestri con i vimini, zappa la terra e suddivide il tuo orti con piccoli riquadri uguali” ed infondo era quello che lui faceva da sei mesi.

 

Passando per l’orto constatò che le verdure non erano più spettacolari come agli inizi dell’estate, ora era il tempo delle zucche, di quel bell’arancione, piantate da un’altra parte del giardino. Anche le rose erano sfiorite ma il passare per quel pergolato era sempre un’emozione. Si mise subito al lavoro, sapeva che di lì a poco sarebbero arrivati i turisti e tutto diventava più difficile, non tanto per la loro presenza sempre discreti e rispettosi ma capitava che venisse subissato di domande e a lui le domande non piacevano, lo riportavano a scuola paralizzandolo, anche se sapeva perfettamente la risposta.

 

Dopo un po’ si accorse che aveva fame, certo il caffè poi non l’aveva bevuto, peccato aveva anche quei buoni biscotti alla cannella che gli aveva regalato la ragazza che si occupava del bistrot o sala da tè come amavano chiamarla, coi succhi di frutta naturali e altre prelibatezze. Fortunatamente gli venne in mente che il giorno prima passando la falciatrice a mano nel frutteto aveva raccolto una mela, una succosa Gros Jaune e gli era rimasta in tasca; l’avrebbe mangiata dopo un po’ di duro lavoro. Così avvenne a metà mattina. Seduto su quella bella struttura circolate attorno all’albero di cachi al centro del labirinto si gustò la sua mela nella quiete, questa si che era pace rifletté. Forse la stessa che cercava Robert d'Arbrissel quando nel 1107 decise di fondare questo Priorato di Notre Dame d'Orsan, nella Francia centrale in balia di guerre e violenze. Lui, di certo fu un rinnovatore dei suoi tempi; nella sua nuova comunità non solo mise a capo una badessa, Pétronille de Chemillé, ma accolse aderenti di ogni condizione e soprattutto di entrambi i sessi, fatto raro a quei tempi. Un uomo che aveva lasciato il segno e che per anni aveva avuto tantissimi seguaci e pellegrini che venivano da tutto il mondo per onorarlo e ammirare il suo monastero.

"Lui. E io che volevo fare della mia vita" si chiese il ragazzo. Certo Parigi gli mancava, caspita se gli mancava, ciondolare tra bistrot con gli amici, andare al cinema, non avere preoccupazioni. Certo anche altri come lui avevano smesso, si erano trasferiti altrove per studiare o lavorare; ogni tanto si messaggiava con qualcuno.

 

Verso mezzogiorno, come tutti i giorni si diresse verso la mensa, in realtà si trattava di una stanza affianco alla cucina normalmente adibita a dispensa, con un bel tavolone di legno rustico, dove ogni volta che il cuoco impastava la pasta per le quiche lorraine da vendere nella sala da tè, rimaneva tra le fessure del legno uno strato di farina e acqua e un caldo profumo. I pasti erano sempre leggeri ma nutrienti, non si voleva certo rischiare di trovare qualche giardiniere appisolato all’ombra di un bel albero.

 

Nel pomeriggio si occupò del giardino dei fiori, piccolo ma pieno. I fiori erano tutti rigorosamente curativi o in alternativa commestibili. In questo periodo c’erano le aquilegie che gli piacevano molto, certo non da mangiare però; anche alcune dalie gli piacevano con quei colori melange e con quelle trame quasi trasparenti.

 

Intanto il tempo passava e ancora non aveva idea cosa avrebbe detto al suo capo, ogni volta che propendeva per una decisione arrivava l’altra in modo deciso. Arrivò il momento in cui il sole iniziò a calare e lui si appropinquò dubbioso verso il deposito per pulire e sistemare i suoi attrezzi.   

 

Giunto davanti alla porta incrociò la giovane del bistrot, caspita quant’era bella e anche timida quasi quanto lui, inoltre aveva quell’aria misteriosamente tenera. Fu allora che con una determinazione che non sapeva di avere decise che era il momento, dopo mesi, di invitarla fuori per bere o mangiare qualcosa. Lei dopo averlo ascoltato con attenzione gli rispose solo con un sorriso, un sorriso meraviglioso che illuminò tutto il giardino e dissipò anche la nebbia sul suo futuro.

Foto ©CRISTINA ARCHINTO